Storia di S. Cristina Gela

 

(Continua)...di enfiteusi in enfiteusi...
L'indiscusso merito del La Mantia è quello di averci fornito un terminus a quo dell'interesse della comunità albanese di Piana verso le terre di S. Cristina.
Questo interesse, ufficializzato nel 1691 con la forma dell'enfiteusi diretta - forma piuttosto democratica per l'epoca - ha davvero costituito un atto di fondazione di una nuova terra o universitas, cioè il formarsi nel feudo di S. Cristina di una amministrazione prescindendo dalla licentia populandi?
Mostrano di crederci, tra altri, Giuseppe Schirò e il sacerdote don Fortunato Russo-Cuccia, i quali negli anni '20 del secolo scorso non trovano di meglio che attardarsi sulla diatriba del rito.
Al primo non basta la sola realtà albanofona per accreditare come Arbëreshë gli abitanti di S. Cristina, perché vede nel rito greco il veicolo più pregnante per l'albanesità, e pertanto esclude per essi ogni appartenenza al rito latino.
Il secondo, pur rafforzando il proprio cognome con l'etnico-albanese materno Cuccia, ne confuta la tesi con improbabili argomentazioni ad extra relative alla mancanza di Diakonokòn e próthesis, elementi caratteristici del rito greco, nella chiesa parrocchiale.
Tutti e due, nel solco di una lunga tradizione di lotte di religione, hanno in mente un modello di storia ed un modo di interpretare diametralmente opposti, ma convergenti nell'assoluta mancanza di riferimento alla documentazione d'archivio, quando non alla sua distorsione.
Un approccio sereno ai registri parrocchiali rivela chiaramente che un tempo a S. Cristina operarono tutti e due i riti in un'unica chiesa parrocchiale.
Quali fatti, certamente rivelatori di un travaglio, hanno potuto far tacere una così singolare tradizione di tolleranza e uno dei veicoli di costante identificazione degli Arbëreshë - il rito greco - poi visto con diffidenza da parte della popolazione locale?
Escludendo che le lotte di religione siano asettiche rispetto a elementi economici, si ritiene di poter affermare che il rito greco sia stato abbandonato non solo per seguire la scelta personale del parroco dell'epoca (1840 c.), come attesta una consolidata tradizione, quanto a causa della lotta per i territori comunali seguita all'abolizione della feudalità in Sicilia (1812). Lotta che per Piana si sarebbe conclusa d'autorità solo durante il periodo fascista.
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